
La riforma delle nuove professioni sta prendendo corpo, ma i tempi stringono e i toni si accendono. Da una parte ci sono tutti coloro che svolgono una attività non regolamentata, come tributaristi, fotografi, musicoterapeuti, e che da anni chiedono un riconoscimento ufficiale. Dall'altra, i professionisti tradizionali contrari a iniziative che farebbero nascere “ordini di serie B” creando scorciatoie per quelle attività che sono di competenza degli ordinamenti professionali.
Sul piatto c'è un disegno di legge (intitolato “Disposizioni sulle professioni non organizzate in ordini o collegi”), tornato in terza lettura alla Camera e frutto dell'unione di cinque proposte. Ma il testo ha alle costole la legge di stabilità, che di fatto ne restringe il tempo a disposizione per passare alla Camera (probabilmente, avrà poco più di una settimana).
Tra i contrari ci sono i medici veterinari: “Sono preoccupato per lo sviluppo di un sistema fondato sull'autoreferenzialità e sull'autocertificazione, privo di organismi indipendenti cui affidare le opportune procedure di valutazione, controllo e accreditamento – ha dichiarato il Presidente FNOVI, dr. Gaetano Penocchio - l’applicazione di questo principio nell'ambito della salute significa che lo Stato rinuncia pericolosamente a garantire un'adeguata formazione dei professionisti ed abdica alla fondamentale funzione di responsabile della salute dei cittadini”. Conclude invocando l’impegno corale del CUP.
Il ddl oltre a riconoscere le associazioni di diritto privato, permette al professionista non ordinistico di scegliere se esercitare la propria attività in forma individuale libera o subordinata, societaria o cooperativa, ma anche di decidere se chiedere o meno un accertamento qualitativo (attraverso l'applicazione delle norme Uni o direttamente all'associazione senza l'intervento di organi terzi). Così, la distanza che separa le vecchie e le nuove professioni diventa lampante, scatenando un inevitabile scontro frontale: “Il ddl non va bene per un motivo molto semplice: crea confusione”, spiega Andrea Bonechi, consigliere nazionale Dottori commercialisti ed esperti contabili, delegato anche dal Comitato Unitario delle Professioni. Bonechi punta infatti il dito contro l'uso della parola “professioni” per tutte le attività intellettuali “perché - dice - essere un professionista significa aver fatto un determinato percorso (università, esame di stato e iscrizione all'Ordine)”.
Ed è qui che il testo segna una differenza abissale tra i due mondi: da una parte, una professione tipizzata e una qualifica professionale corrispondente, dall'altra un sistema aperto che punterà sull'autocertificazione e l'autoregolamentazione.