
L’approvazione del pacchetto attuativo nazionale in materia di intelligenza artificiale segna un passaggio rilevante anche per le professioni sanitarie. Non si tratta soltanto di introdurre nuove tecnologie nei sistemi di cura, prevenzione, diagnosi o organizzazione dei servizi, ma di definire il perimetro entro il quale tali strumenti possono essere utilizzati senza comprimere la responsabilità professionale, la sicurezza dei cittadini e la tutela dei diritti fondamentali.
Il punto centrale è chiaro: l’intelligenza artificiale può supportare il professionista, ma non può sostituirlo. Questo principio, già alla base dell’AI Act europeo, assume un significato particolare per i medici veterinari, che operano in un ambito nel quale salute animale, salute umana, sicurezza alimentare, ambiente e sanità pubblica sono strettamente connessi.
Gli strumenti di IA potranno contribuire all’analisi dei dati epidemiologici, alla sorveglianza delle malattie emergenti, alla gestione dei controlli ufficiali, alla farmacovigilanza, alla biosicurezza, alla sicurezza alimentare e al supporto decisionale nella pratica clinica. Tuttavia, l’output di un algoritmo non è una decisione professionale. È un elemento da valutare criticamente, alla luce della competenza, dell’esperienza, del contesto clinico, epidemiologico e normativo.
Per questo assumono rilievo i nuovi obblighi formativi. Il decreto prevede l’inserimento dell’alfabetizzazione sull’intelligenza artificiale, con attenzione non solo agli aspetti tecnici, ma anche ai profili etici, giuridici e deontologici. La formazione riguarderà anche i dirigenti del Servizio sanitario nazionale, chiamati a governare processi organizzativi sempre più complessi, nei quali l’innovazione digitale deve essere valutata anche in termini di appropriatezza, sicurezza, trasparenza e impatto sul lavoro.
Per la professione medico veterinaria questo passaggio è particolarmente importante. L’innovazione non può essere subita né accolta in modo acritico. Deve essere conosciuta, governata e ricondotta entro un quadro di responsabilità chiaro. L’IA può migliorare la capacità di lettura dei fenomeni, rendere più tempestive alcune valutazioni, favorire l’integrazione dei dati e supportare le decisioni. Ma resta necessario sapere come quei dati sono stati raccolti, quali limiti presenta il sistema, quali bias può introdurre e quali conseguenze possono derivare da un uso non corretto.
Il decreto richiama anche la tutela dei lavoratori: nessuna decisione relativa ad assunzione, carriera, valutazione professionale o cessazione del rapporto di lavoro dovrebbe essere affidata esclusivamente a sistemi automatizzati. Inoltre, l’impiego dell’IA dovrà essere considerato nella valutazione dei rischi quando incide sull’organizzazione del lavoro, sui carichi professionali o sulle modalità operative.
In questo scenario, gli Ordini professionali e la Federazione sono chiamati a svolgere un ruolo attivo: promuovere cultura digitale, aggiornare gli strumenti deontologici, sostenere una formazione adeguata e contribuire a definire un uso dell’intelligenza artificiale coerente con la natura intellettuale, sanitaria e pubblica della professione.
L’intelligenza artificiale non è neutra se viene utilizzata senza consapevolezza. Può essere una risorsa se resta al servizio della competenza professionale; può diventare un rischio se viene considerata una scorciatoia, un sostituto del giudizio o un modo per deresponsabilizzare le decisioni.
Per i medici veterinari la sfida è questa: non opporsi all’innovazione, ma pretendere che l’innovazione sia trasparente, controllabile, proporzionata e orientata alla tutela della salute pubblica. L’intelligenza artificiale può entrare nella professione, ma la responsabilità, la deontologia e la relazione fiduciaria restano umane.