
La morte di Lorena Isceri ci ha colpiti anche perché apparteneva al nostro mondo professionale. Una donna con un lavoro, relazioni, progetti, una vita che improvvisamente si interrompe per mano di un uomo che non accetta la fine di una relazione.
Di fronte a vicende come questa arrivano inevitabilmente le domande. C’erano stati segnali? Qualcuno sapeva? Si sarebbe potuto intervenire prima? Perché non aveva denunciato? È proprio su quest’ultima domanda che dovremmo fermarci. Perché rischia di spostare, anche involontariamente, il punto di osservazione.
La responsabilità della violenza appartiene a chi la esercita. E non tutte le situazioni di pericolo sono immediatamente riconoscibili da chi le vive, né ogni timore riesce a tradursi in una richiesta di aiuto o in una denuncia. A volte la violenza è preceduta da minacce esplicite. Altre volte cresce in una zona più difficile da riconoscere: controllo, possessività, pressioni, intrusioni, incapacità di accettare una separazione. Comportamenti che possono essere minimizzati, anche dall’ambiente circostante, fino a quando non assumono una forma apertamente violenta. È questa zona grigia che dovrebbe interrogarci.
Prevenire non significa trasformare ogni conflitto in un possibile femminicidio. Significa però imparare a riconoscere quando una relazione smette di essere un conflitto tra due persone e diventa progressiva limitazione della libertà di una delle due. E questa responsabilità non può ricadere soltanto sulla persona che vive quella situazione. Servono servizi competenti, strumenti di protezione, capacità di valutare il rischio e reti che funzionino. Ma serve anche una società meno disposta a considerare controllo, gelosia esasperata, isolamento e possesso come questioni esclusivamente private. Anche le comunità professionali hanno uno spazio di responsabilità.
Gli Ordini e la FNOVI non sono servizi antiviolenza e non possono sostituirsi alle istituzioni e ai professionisti che hanno competenze specifiche nella protezione e nella presa in carico. Possono però contribuire a creare ambienti professionali nei quali sia più facile parlare, essere ascoltati e sapere a chi rivolgersi. Possono promuovere informazione e formazione, costruire collegamenti con le reti territoriali, rendere disponibili riferimenti chiari, aiutare a riconoscere alcuni segnali e soprattutto a non banalizzarli. Possono contribuire a far comprendere che chiedere aiuto non è una questione privata che riguarda soltanto chi subisce una situazione di controllo o minaccia. Anche ciascun professionista ha un ruolo. Non quello di formulare diagnosi, indagare o sostituirsi a chi deve intervenire, ma quello più semplice e concreto di non ignorare ciò che vede.
Un cambiamento improvviso, la paura, l’isolamento, telefonate insistenti, qualcuno che attende fuori dal luogo di lavoro possono non significare nulla oppure essere segnali da non liquidare troppo rapidamente. A volte fare una domanda, ascoltare senza giudicare e indicare un servizio competente può essere già un primo passaggio importante. Dopo ogni femminicidio arrivano dolore, indignazione, dichiarazioni e minuti di silenzio. Sono necessari. Ma se vogliamo parlare davvero di prevenzione dobbiamo occuparci soprattutto di ciò che viene prima.
La vicenda di Lorena non ci consegna spiegazioni semplici e sarebbe sbagliato cercarle. Ci lascia però una domanda che riguarda tutti, anche le nostre professioni e le nostre istituzioni: quante forme di controllo e sopraffazione continuiamo a considerare normali fino al momento in cui diventano violenza evidente? È lì, prima che la violenza diventi visibile, che dobbiamo imparare a guardare meglio.