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Professioni sanitarie: perché escludere la veterinaria è un errore

a cura di Daniela Mulas
29/05/2026
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C’è una parola che oggi rischia di diventare vuota se non sostenuta da scelte coerenti: One Health. La utilizziamo da anni per descrivere l’interconnessione tra salute umana, salute animale e ambiente. La richiamiamo nei convegni, nei documenti europei, nei piani pandemici, nelle strategie contro l’antimicrobico-resistenza e nelle politiche per la sicurezza alimentare. Ma il valore di un principio si misura nel momento in cui deve tradursi in norme concrete. Per questo la contrarietà espressa da FNOVI, ANMVI e SIVeMP al mancato accoglimento dell’emendamento al DDL sulle professioni sanitarie non rappresenta una rivendicazione corporativa. È, piuttosto, la richiesta di una coerenza istituzionale minima.

Il Disegno di Legge delega sulle professioni sanitarie continua infatti a non considerare adeguatamente la professione medico veterinaria, nonostante il ruolo che essa svolge quotidianamente nella prevenzione, nella sanità pubblica, nella sicurezza alimentare e nella gestione dei rischi sanitari emergenti. In XII Commissione alla Camera è stato respinto l’emendamento che avrebbe reintegrato esplicitamente la veterinaria nel testo, con parere contrario della relatrice e del Sottosegretario alla Salute.

Eppure si trattava di una proposta priva di impatto economico, che introduceva semplicemente un criterio di delega utile a garantire che i futuri decreti attuativi fossero coerenti con la specificità della professione veterinaria. 

La questione non è formale. La medicina veterinaria è l’unica tra le professioni sanitarie riconosciute dallo Stato ad operare contemporaneamente su sanità animale, salute pubblica, benessere animale e sicurezza degli alimenti. Significa presidiare le zoonosi, contribuire alla preparedness epidemica, controllare le filiere alimentari, contrastare l’antimicrobico-resistenza, partecipare ai sistemi di sorveglianza epidemiologica e garantire controlli ufficiali essenziali per la tutela collettiva. Lo abbiamo visto durante le emergenze degli ultimi anni: ogni crisi sanitaria conferma che la prevenzione veterinaria non è un comparto separato dalla salute pubblica, ma una delle sue infrastrutture essenziali. E allora la domanda diventa inevitabile: come può una riforma delle professioni sanitarie non prevedere esplicitamente una professione che opera stabilmente dentro il Servizio Sanitario Nazionale e che rappresenta uno dei principali presìdi di prevenzione? FNOVI, ANMVI e SIVeMP hanno parlato di una “incomprensibile esclusione”.

Una definizione che richiama un rischio più profondo: quello di una sanità che continua a considerare la prevenzione veterinaria come periferica, nonostante le evidenze scientifiche e normative vadano nella direzione opposta. Negli ultimi anni l’Europa ha investito molto sull’approccio One Health. Lo stesso legislatore nazionale richiama costantemente l’integrazione tra salute umana, animale e ambientale. Tuttavia, quando si passa dal principio alla costruzione concreta delle norme, la veterinaria continua spesso a comparire solo marginalmente o, peggio, a scomparire del tutto.

Questo episodio dimostra quanto sia ancora necessario spiegare il valore sociale della professione medico veterinaria. Non soltanto agli interlocutori politici, ma anche all’opinione pubblica. Perché la salute pubblica veterinaria è spesso invisibile proprio quando funziona bene: i controlli che evitano una crisi non fanno notizia, la prevenzione efficace non produce titoli, le zoonosi che non arrivano all’uomo non diventano emergenza mediatica. Eppure la sicurezza dei cittadini passa anche da lì. La posizione espressa unitariamente da FNOVI, ANMVI e SIVeMP assume quindi un significato importante non solo sul piano tecnico, ma anche culturale. Perché ribadisce che la professione veterinaria non chiede privilegi o spazi impropri, ma il riconoscimento coerente del proprio ruolo dentro il sistema salute. 

L’iter parlamentare non è concluso e c’è ancora la possibilità di correggere questa lacuna. Sarebbe un segnale importante. Non soltanto per i medici veterinari, ma per l’idea stessa di sanità integrata che il nostro Paese dice di voler costruire. Perché non può esistere una vera One Health senza la veterinaria.


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