La tutela della salute pubblica e della sicurezza alimentare sono beni svendibili?

Lettera firmata
05/01/2015
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Riceviamo in argomento e pubblichiamo una lettera firmata:
Gent.mo Presidente,
leggo con preoccupazione la notizia riguardante il progetto dell’AUSL di Treviso sugli Assistenti Specializzati Ufficiali (ASU). Mi sorge spontanea una domanda: perché?
Qual è il ragionamento che spinge ad affidare a figure diverse dal veterinario i compiti fondamentali per la tutela della salute dei cittadini e del benessere degli animali (anche se prossimi al fine vita)?

La tutela della salute pubblica e della sicurezza alimentare sono beni svendibili? A pochi mesi dall’apertura dell’Expo che si occuperà di come “nutrire il mondo” e quindi anche di sicurezza alimentare, produzioni sostenibili, ambiente e sanità animale, in una Provincia italiana si pensa di affidare le competenze veterinarie all’ennesima figura intermedia dal ruolo nebuloso.
Ci sono voluti anni perché venisse riconosciuto che anche i colleghi veterinari liberi professionisti possiedono la preparazione, le capacità (e la serietà) per poter svolgere attività fondamentali nella gestione e nella macellazione degli animali non idonei al trasporto (Macellazione speciale d’urgenza - Msu). Eppure questi colleghi sono tutti laureati, abilitati ed iscritti all’Ordine (e magari possiedono anche un titolo di Scuola di specializzazione, un dottorato o entrambi). Sulla base della proposta dell’AUSL trevigiana, invece, basterebbero alcune centinaia di ore per poter acquisire tutte le competenze necessarie. Alla faccia di tutti gli anni di studio.
E se qualcosa dovesse andare storto? Chi si prende la responsabilità dell’errore, del danno, del fatto che nel piatto di qualcuno è arrivato un alimento non idoneo? Il tecnico ASU? L’OSA? I servizi veterinari? O il destino vigliacco e baro?
Già questa professione viene regolarmente bistrattata da più parti, ma che siano i veterinari stessi a farlo, con proposte di questo tipo, è veramente cosa da masochisti. I colleghi della veterinaria pubblica si lamentano spesso di essere diventati dei passacarte, la cui professionalità è soffocata dalla burocrazia: è vero, i tempi dei veterinari condotti è passato da un pezzo, nuove regole hanno cambiato profondamente il modo di operare nella veterinaria pubblica, ma non è abdicando al proprio ruolo che si ritroverà la propria professione; una volta cedute, le nostre competenze sono perdute per sempre (o difficilmente recuperabili).
Coinvolgo nel mio ragionamento anche l’Università: che ruolo vuole svolgere? Da un lato prepara veterinari (che non avranno sbocchi lavorativi) mentre dall’altro (in concorrenza) forma tecnici a cui viene fatto credere di poter svolgere le stesse funzioni dei veterinari, se non qualcosa in più. Sarebbe tempo di riflettere su questa dicotomia. La stessa istituzione universitaria ne viene danneggiata: in una fase in cui prevale la superficialità delle conoscenze, del mordi e fuggi, del “restiamo sul pelo dell’acqua”, sta passando il messaggio che bastano corsi brevi e semplificati per poter fare tutto. Tra qualche tempo, forse, basterà un comodo corso in fascicoli acquistabile in edicola o consultabile sul proprio smartphone (per chi è più tecnologico)…magari con un tutor on-line a cui chiedere aiuto, in tempo reale, quando c’è un dubbio.
A cosa serve un percorso universitario? Serve a creare un bagaglio culturale ricco, approfondito ed articolato, da cui partire per fare dei ragionamenti? Secondo me, sì. Strumenti intellettuali adeguati consentono di avere una visione d’insieme in base alla quale valutare, programmare, decidere. E forse a quel punto non sarà qualcun altro a decidere al posto nostro.
La Fnovi ha lanciato la campagna d’informazione “C’è un veterinario nel tuo piatto”: a molti sfugge il nostro ruolo nella società…forse anche a Treviso non lo sanno.
Ogni tanto un po’ di amore per questa professione non guasterebbe.
Lettera firmata

Fonte: 
Ufficio stampa Fnovi
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