Curare senza orario: la libera professione veterinaria alla prova della continuità assistenziale

a cura di Luigi Zumbo
25/09/2026
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La richiesta di un servizio veterinario continuativo, esteso alle 24 ore e ai sette giorni della settimana, sia per gli animali da compagnia sia per quelli da reddito, è oggi uno dei temi più sentiti nel confronto europeo tra gli organismi veterinari istituzionali. Dipende in larga parte da una crescente sensibilità dell'utenza, che esercita una pressione costante sugli organi politici dei singoli Stati membri e che ha spinto molti governi ad aprire un dialogo diretto con Ordini e Federazioni, laddove questi esistono come corpi intermedi riconosciuti. Ne ho avuto conferma diretta partecipando ai lavori dello Statutory Body Working Group della Federazione dei Veterinari d'Europa, dove il tema è emerso con insistenza in più occasioni.

Prima di formulare una proposta, ritengo necessario partire da un dato di fatto che spesso viene trascurato nel dibattito pubblico. La libera professione veterinaria segue logiche di mercato piuttosto lineari, e prenderne consapevolezza è il primo passo per comprendere entro quali confini esista effettivamente un margine di intervento normativo. I servizi H24 sono costosi. Richiedono personale qualificato, oggi di difficile reperimento, e rappresentano uno dei momenti di maggiore attrito con l'utenza, sia per il costo della prestazione sia per l'aspettativa di una disponibilità illimitata. Questo si traduce, molto frequentemente, nella scelta di rinunciare all'erogazione del servizio per l'impossibilità di sostenerne il costo strutturale nel tempo.

A questa difficoltà se ne aggiunge un'altra, di natura diversa ma altrettanto rilevante. Garantire un servizio continuativo nelle aree interne e marginali sfida un processo che non abbiamo inventato noi, e che non siamo in grado di correggere con gli strumenti propri della professione. L'urbanizzazione, ossia lo spostamento delle persone dalle aree rurali verso quelle metropolitane, è un gioco a somma zero che porta all'impoverimento progressivo di tutti i servizi, non solo di quello veterinario. Ne consegue che nelle aree urbane il servizio H24 è insostenibile per carenza di risorse professionali e per difficoltà di ottimizzazione delle stesse, mentre nelle aree rurali diventa semplicemente impossibile, perché il mercato è troppo fragile e nessun professionista è disposto a investire in un progetto imprenditoriale a lunga scadenza privo di prospettive di rientro. Di fronte a questo scenario, alcuni Paesi europei hanno scelto di intervenire imponendo alle strutture veterinarie un sistema di reperibilità alternata, per garantire una copertura costante sul territorio. Altri hanno preferito stanziare risorse pubbliche a integrazione dei costi sostenuti dai privati, nel tentativo di ridurre il rischio imprenditoriale connesso all'apertura di un servizio di emergenza. Va detto con onestà che molte di queste soluzioni sembrano non reggere alla prova del tempo. Il coordinamento tra professionisti privati non è mai semplice, e l'unico modo per dotarsi delle risorse necessarie resta un investimento economico di cui, a oggi, non conosciamo la reale sostenibilità rispetto alla capacità di spesa dell'utenza.

Quanto all'ipotesi di sostenere artificialmente il mercato delle aree rurali con iniezioni di denaro pubblico, ritengo che abbia senso solo se inserita in una strategia sistemica di contrasto allo spopolamento, che non può limitarsi alla prestazione veterinaria ma deve investire un'intera infrastruttura di servizi capace di garantire alle nuove generazioni di vivere, crescere, lavorare e migliorare la propria condizione socioeconomica in quei territori, superando il miraggio e lo stereotipo del paesaggio pastorale. Sul piano italiano, il quadro normativo offre un riferimento che per quanto datato, è ancora utile.

L'Accordo Stato-Regioni del 26 novembre 2003 (Rep. Atti n. 1868) classifica le strutture veterinarie in studio, ambulatorio, clinica e ospedale, e impone l'obbligo di pronto soccorso continuativo sulle 24 ore soltanto agli ospedali veterinari. La clinica è tenuta a garantire la presenza di almeno un medico veterinario esclusivamente in presenza di animali ricoverati. Studi e ambulatori possono organizzare, a propria discrezione, un servizio di reperibilità telefonica, ma nessuna norma può obbligarli a farlo, né a intervenire fuori dall'orario dichiarato. Anche la sanità pubblica prevede un servizio di reperibilità, ma in genere limitato agli animali non padronali. Non risulta, allo stato, alcuna iniziativa legislativa rivolta a sostenere lo sviluppo di un sistema di reperibilità H24 per i liberi professionisti, e la questione, pur discussa in sede parlamentare nell'attuale legislatura in relazione a una possibile gestione tramite il Servizio Sanitario Nazionale, non si è mai tradotta in norma, anche per la difficile quantificazione delle risorse economiche necessarie.

È in questo contesto che ho sostenuto, in sede di Statutory Body Working Group, una posizione che ritengo debba essere ribadita con chiarezza. Gli strumenti normativi italiani non possono costringere un libero professionista a prestare opera in modo strutturato al di fuori dell'orario di lavoro stabilito. Ad alcuni interlocutori che hanno obiettato che la nostra è una professione regolamentata, e che pertanto ci si può attendere che le Federazioni impongano simili obblighi, ho rappresentato che essere una professione regolamentata non ci attribuisce il diritto di regolamentare la vita del singolo professionista. Se anche volessimo farlo, e non è la nostra intenzione, l'unico esito prevedibile sarebbe un ulteriore incremento dell'abbandono della professione, in un momento storico in cui la carenza di personale è già la principale causa di sospensione dei servizi di emergenza esistenti. Se vogliamo intervenire su questo mercato, dobbiamo prima saperlo leggere e interpretare, riconoscendo che ogni azione normativa comporta un costo, emotivo oltre che economico, da sostenere in una prospettiva di lungo periodo.

Se l'Italia e l'Europa intendono davvero cambiare le regole del gioco, devono essere pronte a farlo con un orizzonte pluriennale, rinunciando a quella formula che ha accompagnato quasi ogni norma degli ultimi anni: senza ulteriori oneri a carico della finanza pubblica. È una rinuncia difficile, ma è la condizione necessaria perché il problema, oggi solo enunciato, trovi finalmente una risposta credibile.

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